Giornalismo, Podcast, ufficio stampa, AI: ogni mese, sul magazine di eos comunica, un protagonista del mondo della comunicazione racconta le sfaccettature di un settore in continuo divenire.
Questo mese abbiamo parlato con Laura Silvia Battaglia: giornalista, documentarista e reporter in aree di crisi, specializzata in Medio Oriente.
Conduttrice e autrice per RaiRadio 3, collaboratrice di testate come Washington Post, Al-Jazeera, la svizzera Rsi, Avvenire, la Repubblica, il Tg3, ci ha raccontato gioie e dolori dei media italiani, come si diventa reporter in aree di crisi, e come si lavora in un settore presidiato dalla “vecchia guardia” che fatica a lasciar spazio ai giovani.
Giornali cartacei che vendono pochissimo, l’informazione frammentaria dei social media, l’arrivo dell’AI…qual è il futuro del giornalismo in Italia?
La stampa italiana è un sistema autoreferenziale, indietro rispetto a media internazionali. Non si è mai fatto un vero ragionamento sul modello di business. A prescindere dalle ottime firme, il giornalismo italiano è troppo generalista, rivolto a persone di una certa età. Bisogna rinnovarsi per parlare anche a chi avrà un ruolo nella società di domani, perché il giornalismo è un pilastro fondamentale della società democratica.
Per anni si è pensato di risolvere tutto con il clickbait: in questo senso l’AI, pur con tutti i rischi, potrebbe aiutare a distinguere chi lavora su temi interessanti – inchieste, lavoro sul campo – da chi non porta valore aggiunto.
Chi fa buon giornalismo in Italia?
Un esempio è Il Post, che sul modello di testate internazionali ha saputo creare e fidelizzare una vera comunità di lettori, dalla Generazione X ai Millennial, creando un’ottima alternativa digitale basata sulla qualità e il fact checking, e un modello di business che funziona, articolato su abbonamenti, podcast, eventi online e offline.
Come sei riuscita a trovare la tua strada in un settore complesso come gli esteri e la copertura di aree di crisi?
Ciascuno è figlio della sua epoca: quando ho iniziato a lavorare come freelance, vent’anni fa, ho adottato una strategia integrata, offrendo reportage completi – dalla ricerca sul campo al montaggio dei video -, e proponendoli a media stranieri come Al Jazeera.
Sono andata avanti grazie alle collaborazioni con i media esteri, non con le testate italiane. Altra chiave fondamentale è non puntare alla “breaking news” già coperta da inviati e corrispondenti, ma cercare invece di offrire storie che vengono da esperienze approfondite. Ho lavorato in Yemen, un Paese inaccessibile a chi non parla la lingua, e in generale la conoscenza linguistica – parlo arabo e farsi oltre a inglese e francese – è stata un fattore importante, sia per la mia sicurezza personale, sia per la comprensione dei contesti locali.
Hai appena pubblicato il libro “Partigiani di Allah” (Mondadori): ce lo racconti?

È un reportage-memoir-saggio, che racconta le milizie filoiraniane cercando di spiegare perché persone “normali” decidono di aderire a questi progetti: le basi ideologiche, le implicazioni sociali e politico-religiose, le motivazioni storiche e geografiche di questo fenomeno. È frutto di tanti anni di lavoro sul campo, da Teheran a Doha, da Sana’a a Riad.
Un progetto che ti ha dato particolare soddisfazione?
Il documentario “Yemen, nonostante la guerra”, prodotto da Rai Doc/ZDF e Al Jazeera Arabic, uno spaccato nella vita dei civili yemeniti in guerra. Un progetto nato dalla frustrazione: avevo documentato la crisi umanitaria in Yemen girando per gli ospedali, raccontando i crimini contro i bambini, eppure non era bastato a mobilitare l’opinione pubblica e i media.
Allora ho deciso di invertire la narrazione, raccontando come stava reagendo la società civile yemenita alla guerra. Così l’interesse è aumentato: le persone sono più disposte a intervenire e aiutare quando vedono che chi è dall’altra parte si sta dando da fare. Sono soddisfatta soprattutto per gli yemeniti, perché si sono visti rappresentati con dignità: non solo come morti, feriti, affamati, ma capaci di resistere e desiderosi di ricreare un contesto di pace.
Un libro o film che consiglieresti per approfondire l’attualità?
Il documentario che ha vinto il premio Bafta 2026, “Gaza: Doctors under attack”: diretto da Karim Shah e prodotto dalla BBC, racconta con grande coraggio le uccisioni di medici e paramedici nella guerra a Gaza da parte delle truppe israeliane.
Per approfondire la storia dello Yemen, un Paese che mi sta molto a cuore, consiglio il libro “Il monaco di Mokha” dello scrittore statunitense Dave Eggers: è la storia vera di un giovane yemenita-americano, cresciuto a San Francisco, che sogna di far rivivere l’antica arte del caffè yemenita, ma si ritrova a Sana’a durante la guerra civile.
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