A tu per tu con: Luca Fontò, VD News. “L’evoluzione delle piattaforme digitali è andata più avanti dell’educazione alla tecnologia”.

Giornalismo, Podcast, ufficio stampa, AI: ogni mese, sul magazine di eos comunica, un protagonista del mondo della comunicazione racconta le sfaccettature di un settore in continuo divenire.

Questo mese abbiamo chiacchierato con Luca Fontò, giornalista, autore, videomaker, podcaster, per una delle testate più amate da Millennial e GenZ: VD News.

Luca si occupa di temi legati al sociale, ma tra i suoi svariati interessi c’è anche il cinema e in generale la cultura (ne ha scritto per Film TV, Urban, Domani, Rolling Stone e Wired).

Ecco cosa gli abbiamo chiesto. 

Luca, come ti spieghi il successo di VD News?

Penso che il punto di forza sia stato utilizzare il linguaggio del video in tempi “non sospetti”, già prima del boom di TikTok e dei reel su Instagram; fin dalla sua nascita nel 2020, l’intento di VD è infatti raccontare il mondo e la società attraverso il video: il nome è acronimo di Videodrome, dal film di David Cronenberg degli anni ‘80 che vede al centro la televisione e gli schermi.

In cosa siete “diversi” dagli altri media?

Un plus è stata la capacità di adattarsi ai cambiamenti delle piattaforme: per esempio, fino a un paio di anni fa pubblicavamo i nostri servizi per intero su Instagram – poi, quando sono nati i reel, abbiamo iniziato a costruire appositamente racconti che si sposassero con questa nuova forma di comunicazione, più breve, che spesso necessita anche di informazioni scritte. Tutto questo senza tradire lo scopo originario: raccontare storie di persone, su piattaforme e con linguaggi differenti, trattando argomenti che si trovano poco su altri media. Sappiamo farlo perché la redazione è composta da giovanissimi, alcuni nati anche dopo il 2000, che sanno parlare ai coetanei – Millennial, GenZ – in modo diverso dai media tradizionali. In redazione siamo tutti sia videomaker che autori e montatori: è importante saper scrivere lunghi articoli di approfondimento così come montare un video da un minuto e mezzo per i social.

Video brevi, reel… non si rischia un minor approfondimento e un calo dilagante dell’attenzione?

Un conto è cercare di attirare per forza l’attenzione sui social media con titoli a effetto, o usando la “pornografia del dolore”; un altro è usare le piattaforme in modo intelligente. In VD News facciamo video-reportage molto lunghi, che pubblichiamo sul nostro sito e su YouTube; abbiamo anche collaborato con CHILI che ha aperto un canale apposito sul suo sito per i nostri reportage. Su Instagram invece è come se caricassimo i “trailer” del documentario esteso, come si fa per cinema.

In generale, se c’è un calo di attenzione e concentrazione è perché l’evoluzione delle piattaforme è andata più avanti dell’educazione alla tecnologia. I ragazzi vogliono informarsi – sono la prima generazione che parla di inclusione, salute mentale, linguaggio consapevole –, ma hanno fatto tutto da soli, senza un’educazione agli strumenti digitali. I loro mentori sono diventati i creator, non gli editorialisti dei grandi quotidiani, che vedono come troppo lontani. In questo nuovo scenario però bisogna ancora capire come rendere questi media sostenibili economicamente: le testate online vivono di abbonamenti e collaborazioni coi brand, e si fa ancora fatica a investirci perché il denaro è ancora in mano alla generazione precedente, che si informava su carta.

Il tradizionale “giornale di carta” è ormai superato?

La carta non è il male: il suo limite è la difficoltà a stare sull’attualità più stringente. Le testate cartacee devono modificare la loro funzione diventando sedi di critica, dibattito, approfondimenti. Lo fa bene ad esempio Film TV per il cinema, Il Venerdi di Repubblica, o l’inserto culturale Robinson, con argomenti introvabili sulle piattaforme. Un altro “faro” è Il Post, magazine online (ma che ha riportato in libreria le riviste di carta) con cura millimetrica del linguaggio e tanti approfondimenti.

Il progetto che hai seguito e che ti ha reso particolarmente orgoglioso?

Sicuramente “La Botta”, il podcast sulle droghe in sette episodi che ho condotto e che, dal 16 ottobre, esce tutti i giovedì su VD News eOnePodcast. Abbiamo raccolto le testimonianze di psichiatri dei Ser.D e dei Ser.T, operatori della riduzione del danno, farmacologi, sociologi e persone che mi hanno raccontato la propria esperienza di dipendenza. Come per tutti gli argomenti tabù, non affrontando serenamente questo discorso persino io avevo ancora dei preconcetti. La parola magica, ho imparato, è il contesto: per parlare di droghe bisogna ascoltare chi ne fa uso e capire gli ambienti in cui si sviluppano le dipendenze – e bisogna partire da lì per rendere le persone consapevoli dei rischi.

Un libro o film che consigli per approfondire un tema di attualità?

Tenete d’occhio un film appena passato dalla Mostra del Cinema di Venezia, “No other choice” del coreano Park Chan-wook e ispirato al romanzo “The Ax” di Donald Westlake. È la storia di un uomo che perde il lavoro, e fatica a trovarne un altro perché in competizione con persone più giovani e dai curriculum più altisonanti; capisce allora che per mantenere il suo stile di vita deve sbarazzarsi dei “competitor” che ambiscono al suo stesso lavoro. È una grande metafora del momento che stiamo attraversando, in cui siamo tutt’uno con il nostro mestiere, e se lo perdiamo siamo niente: persino su Tinder la prima cosa che chiediamo è «che lavoro fai?». Questo film racconta il nostro desiderio di uno stile di vita senza compromessi e mancanze, dove fatichiamo a immaginare una vita diversa ma conduciamo comunque esistenze molto precarie.

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